Gli alberi parlano

grande faggio

Prima o poi sapevo che sarebbe venuto il momento di scrivere qualcosa sugli alberi…forse addirittura era nella mia testa sin dall’inizio e forse avrebbe dovuto essere uno dei primi post. La prima immagine che ho messo su questo blog e che ho nuovamente scelto per questo articolo è quella di un grande faggio, che ho fotografato diversi anni fa ormai. Non è un stato un caso credo, la scelta di iniziare il mio blog con questa immagine.

Mi piace molto questa foto è un grande albero della Lessinia, fotografato in una giornata di nebbia, è un albero davvero grande e non sono sicuro che la foto renda onore alle dimensioni, però mi pare che renda onore della sua maestosità, della sua importante presenza. Proprio così, è un albero che non si può fare a meno di notare, la sua “presenza” è molto forte, anche da distante.

 Un indiano d’America, Tatanga Mani (Bisonte che Cammina) scrive :

 “Sai che gli alberi parlano ? si parlano l’uno con l’altro, e parlano a te, se li stai ad ascoltare.

Ma gli uomini bianchi non ascoltano. Non hanno mai pensato che valga la pena di ascoltare noi indiani, e temo che non ascolteranno nemmeno le altre voci della Natura.

Io stesso ho imparato molto dagli alberi: talvolta qualcosa sul tempo,

talvolta qualcosa sugli animali,

talvolta qualcosa sul Grande Spirito.”

Ecco, proprio così. Nell’avvicinarsi a quel grande faggio, se oltre a sentirne la presenza ci fermiamo un attimo per dar modo a noi stessi di percepirne la grandezza, allora il nostro modo di avvicinarci a lui cambia. Si avverte che c’è bisogno di una certa attenzione, di un certo rispetto, alla ricerca quasi di una sorta di approvazione.

Ci sono culture, che ritengono che avvicinarsi ad un albero sia un “incontro”, quindi che va fatto con consapevolezza, rispetto, intenzione.

Da piccolo amavo, come molti credo, arrampicarmi sugli alberi, anzi la cosa che mi entusiasmava maggiormente era passare da un albero ad un altro, avevo in mente Tarzan e la vita sugli alberi. Stavo bene e mi divertivo e nell’arrampicarmi ero molto spontaneo e non avevo certo in mente il rispetto e la consapevolezza, però ricordo la sensazione di naturalezza e di, non so come dire…“sentirmi a casa” che avevo quando ero sugli alberi.

In questo articolo mi piacerebbe sviluppare come “stare con un albero”. Ritengo che riguardi la ginnastica naturale, perché è da li che prendo spunto per queste riflessioni e il corpo e la natura sono il  suo centro.

Ritengo che ci siano di versi modi di stare con un albero, ed ognuno di questi va bene.

L’albero può essere un’occasione per appoggiare una mano e fare degli esercizi, come quando ci troviamo a fare ginnastica naturale e abbiamo bisogno di un sostegno per rimanere in equilibrio, oppure un qualcosa che opponga una certa resistenza, per fare degli esercizi che sviluppano la forza.

L’albero può essere anche l’occasione di gioco, da girarci attorno e rincorrersi, per nascondersi dietro il suo tronco, oppure, il massimo per un bambino, quello di arrampicarsi sui suoi rami.

L’arrampicata sugli alberi, in questi ultimi anni anche in Italia si è sviluppata molto, viene chiamata tree-climbing, e consiste nel portarsi sulla chioma degli alberi, muovendosi da un ramo all’altro. Nasce come tecnica per poter potare gli alberi in sicurezza, però oggi è diventato anche un modo per divertirsi che, nella sua espressione più organizzata, ha portato oggi alla costruzione dei park-avventura, dove vi sono una serie di installazioni sugli alberi che permettono di fare dei veri e propri percorsi aerei.

Vi sono diverse tecniche di arrampicata sugli alberi, che prevedono l’utilizzo di corde, imbragature, sagolino, e materiale specifico, per svolgere questa attività in completa sicurezza.

Io però preferisco parlare dell’arrampicata sugli alberi come una cosa completamente libera, senza tecnica appresa e materiale specifico, dico questo per diversi motivi; perché sono molto legato al mio trascorso da bambino; perché arrampicarsi è uno degli schemi motori di base che abbiamo e che poco pratichiamo, ma che possiamo in ogni momento riportare a memoria nel nostro corpo; infine perché credo che sia importante il contatto vero con l’albero, senza troppi elementi che si frappongono tra noi e lui.

Prima di salire su un albero possiamo prenderci un po’ di tempo per contemplarlo, cercando di entrare in contatto con l’albero stesso, in empatia con lui, quasi a chieder un permesso per arrampicarsi e un’indicazione sulla via migliore per farlo.

Julia “Butterfly” Hill ha vissuto per due anni sopra una sequoia gigante e nel suo libro “The legacy of Luna” che racconta questa esperienza, dice che dopo alcuni giorni che era sulla sequoia, chiamato Luna appunto, dovette togliere le scarpe per entrare meglio in contatto con lei, per sentirla meglio e sentire soprattutto le sue indicazioni, e scrive:

“I couldn’t feel Luna’s life force or take instruction from her about how to climb. So I took off my shoes after the first few days and hung from a branch, where they have stayed”.

 Una volta pronti a salire, bisogna cercare di utilizzare tutti i rami partendo da quelli più vicini al suolo e tenendo presente, per quanto possibile, la tecnica dei “tre punti” che consiste nel mantenere almeno tre, dei nostri quattro appoggi, ben fermi, mentre si muove il quarto alla ricerca di un nuovo appiglio.

Maggiore attenzione dovremo prestarla alla discesa perché bisogna lavorare molto bene con la vista, per individuare gli appoggi. Una buona cosa è cercare di ricordare i movimenti fatti durante la salita e gli appoggi utilizzati. Nella discesa si aggiunge la componente vertigine in modo più importante, in quanto siamo costretti a guardare verso il basso. In questo caso è importante fare le cose per gradi, salire un poco e poi ridiscendere, successivamente salire un pò di più e scendere ancora e vedere piano piano cosa succede, prendendo confidenza con la dimensione verticale.

Naturalmente sono convinto che tale attività vada svolta in totale sicurezza e quindi è bene attrezzarsi con corda, un’imbragatura, alcuni attrezzi per la sicurezza e un compagno che ci assicura.

Una volta saliti possiamo fermarci a contemplare il paesaggio, possiamo fermarci a riposare tra i rami,  imparando ad adattare il corpo alla forma dei rami, provando quasi a “fonderci” con l’albero stesso.

Arrampicarsi su un albero è un’esperienza unica, si sale veramente verso il cielo e le emozioni sono molto forti.

Provate!

La forza

forzaOggi volevo parlare della “forza”, perché è una delle capacità motorie dell’uomo, e come tale è uno degli aspetti che vengono sviluppati nelle attività ginniche. Nei miei incontri all’aperto ho trattato questo argomento.

Credo che possiamo dire che è una qualità che si addice più all’uomo che alla donna, non voglio ingarbugliarmi in questioni di differenziazione sessuale, ma penso che possiate essere d’accordo con me, se dico che generalmente il maschio tende a considerare la forza muscolare, un elemento importante dell’essere uomo, una espressione della propria virilità. L’uomo ha sempre misurato la sua mascolinità con la forza fisica, utilizzata oltre che per svolgere lavori, anche per determinare la supremazia sugli altri. Le guerre sono delle dimostrazioni di forza.

Quando vediamo un uomo con le masse muscolari molto sviluppate, tendiamo a pensare che sia un uomo molto forte e, in effetti, il diametro trasverso dei muscoli è una delle determinanti delle forza, oltre che la coordinazione muscolare, la capacità di reclutamento delle unità motorie e altro ancora, che al momento non approfondiamo.

La forza non è altro che la capacità di vincere una resistenza. Nella vita di tutti i giorni l’uomo ha bisogno della forza per sollevare, per spingere, per tirare. Oggi, nella nostra società, non sono molte le occasioni in cui è necessaria forza fisica, ma un tempo molti lavori prevedevano movimenti che richiedevano un impiego della forza muscolare. Gli uomini allora erano muscolosi perché svolgevano dei lavori pesanti, oggi invece, i muscolosi sono quelli che passano più tempo in palestra. Questo cambiamento, a mio parere, ha portato a sviluppare una “forza apparente”, cioè una forza non pratica.

Credo che vi sia una caratteristica che spesso non consideriamo quando parliamo di forza, che è la nostra base d’appoggio. Torna fuori un po’ il concetto di grounding, di radicamento, di connessione con la terra, trattato qualche post indietro. Per l’espressione della forza questo è fondamentale. La nostra parte superiore del corpo può essere molto muscolosa, ma, se non siamo capaci di “ancorarci” per terra con i nostri piedi, con le nostre gambe e di trovare una posizione del corpo fissa, ferma, inamovibile, la nostra forza sarà nulla. Pensate solamente all’ipotesi di essere su una lastra ghiacciata, se non siamo in grado di trovare una posizione adeguata e di grande equilibrio la nostra forza rischia di non valere nulla.

Credo allora che sia importante che quando abbiamo necessità di vincere delle resistenze esterne, quindi di applicare la nostra forza, dobbiamo essere consapevoli che la postura, il nostro grounding, sono fondamentali per essere efficaci.

Se osservate i movimenti di una qualsiasi arte marziale noterete che la posizione dei piedi, degli arti inferiori, sarà generalmente larga, piedi piantati a terra, bacino basso.

Più questo avviene e più, potremo dire, prendiamo forza.

Mi piace questo modo di dire, “prendere forza”, perché credo molto, che nel momento in cui il nostro corpo “prende forza “ dalla sua posizione, dal suo stare sul terreno, dal suo grounding, è tutta la persona a sentirsi forte.

Sentirsi forti fa bene ed è una cosa buona, perché significa sentirsi in grado di vincere le resistenze, e non solo quelle che il mondo fisico ci propone, ma anche quelle psicologiche emotive, che sono dentro di noi.

Allora credo che potremmo addirittura scoprire che la forza muscolare è una delle espressioni di forza che l’uomo può…e forse neanche la più importante.

L’argomento è tecnico, ma non troppo mi pare, quindi, attendo i vostri commenti e sicuramente sarà un arricchimento per tutti.