In Campeggio con papà

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Qualche anno fa ho preso parte ad un progetto che mi vedeva coinvolto come conduttore di un gruppo di soli padri, un percorso di riflessione sull’essere padre, ma soprattutto su come si diventa padri. Inizialmente mi è sembrata una proposta strana, non credevo potesse avere successo ma soprattutto pensavo che non rispondesse ad un bisogno reale. Invece mi sono sorpreso ed è stata un’esperienza molto bella…a volte anche commovente.

Oggi con Alessandro[1] abbiamo pensato di riprendere in mano questo argomento che ci sembra molto attuale.

Il ruolo della donna e dell’uomo sono cambiati all’interno della famiglia. Se un tempo non lontano l’uomo provvedeva al sostentamento e la donna alla cura della famiglia, oggi le cose non vanno più in questo modo. Le responsabilità sono condivise e la coppia trova nuovi equilibri. Le esperienze di cura e di educazione dei figli coinvolgono oggi maggiormente i padri che non un tempo e spesso questo trova gli stessi impreparati perché non c’è una tradizione sulla quale appoggiarsi e non c’è quindi un trasferimento di sapere, di esempi, di strategie da padre in padre.

Io e Alessandro, padri entrambi, abbiamo pensato di creare un’esperienza dove i papà possano, insieme, crescere come tali.

Questa esperienza l’abbiamo chiamata “In campeggio con papà” (il link vi manda alla descrizione del progetto completo).

Sarà un’esperienza di contatto con la natura, perché campeggeremo nella vallata di Arnezzo in mezzo ai boschi e ai prati della Lessinia, di semplicità e divertimento perché giocheremo e lavoreremo insieme, di esclusività perché saremo solo padri con i propri figli e di cambiamento perché dopo queste tre giornate il rapporto con i figli sarà completamente rinnovato.

Qui trovate il volantino dell’iniziativa che potete scaricare e anche condividere con altre persone che potrebbero essere interessate.

Nel volantino trovate anche i nostri riferimenti per eventuali richieste di informazioni, oppure potete anche scrivere in risposta a questo post così magari le domande che fate possono risultare utili anche per altri.

Ciao Nicola

 

[1] Alessandro Ongaro che ha condiviso con me l’esperienza educativa del progetto “Itinerari di crescita”

Grandi Alberi: Palermo 3

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Sono dentro ad una cattedrale, vedo le colonne che sostengono quello che è il tetto, ci sono degli strani scalini che probabilmente portano ai piani superiori, poi vedo delle poltrone sulle quali adagiarsi o delle sedie qua e là dove, come in ogni cattedrale, fermarsi e pregare o meditare. La luce entra dall’alto e gioca con i colori e con le forme, respiro e improvvisamente il luogo cambia, non sono più dentro una cattedrale, ma sopra un veliero. Vedo gli alberi delle vele, vedo le cime che servono ad  issarle, poi scorgo la prua dove ci si può sporgere e guardare oltre l’orizzonte, mi sposto nel blocco centrale della nave, trovo la stiva, la dispensa e la stanza dove dormire con il letto e diverse scalette che salgono in alto … quanto vorrei salire.

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Mi affascina proprio questo ficus, è gigante!

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Se fossi bambino sarebbe tutto ciò che desidero, un albero così come compagno di giochi sarebbe fantastico, potrei giocare per anni con lui. Invece sono a Palermo nel giardino di piazza Garibaldi e sono di fronte a questo monumento che si stima abbia circa 185 anni. Un’altra sorpresa di questa incredibile città. Qualcuno sostiene che sia l’albero più grande d’Europa, sono due in realtà questi grandi alberi, due ficus importati dall’Australia, questo, credo il più grande, ed un altro che si trova invece nell’orto botanico.

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Quando mi trovo di fronte ad un grande albero ultimamente mi dedico qualche minuto o anche di più a meditare. Medito sui suoi anni, questo in realtà non è vecchissimo, i più vecchi raggiungono 5.000 anni!! Se ci pensate è incredibile, nessun altro essere vivente al mondo può raggiungere un’età simile.

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Credo che la maggior parte delle persone non consideri gli alberi propriamente esseri viventi. Per “essere vivente” intendiamo gli animali che si muovono, hanno caratteristiche simili a noi mangiano, digeriscono, espellono, respirano, crescono, muoiono, combattono, figliano ecc. tutte caratteristiche per le quali identifichiamo un essere vivente. Ad esempio le pietre non fanno niente di tutto questo (anche se io avevo una maglietta con riportato il profilo di un vecchio nativo americano con una scritta che diceva: “anche le pietre respirano, noi con le nostre brevi vite non riusciamo a percepirlo”) e quindi noi pensiamo che non siano esseri viventi. Per le piante invece abbiamo la consapevolezza che siano esseri viventi, perché crescono, fanno i fiori, mettono le foglie, riconosciamo loro un ciclo vitale, di trasformazione, cambiamento, però forse non sono proprio essere viventi come noi, o quanto meno non consideriamo loro gli stessi diritti, lo stesso status nostro. Forse perché le piante non danno segni evidenti di sofferenza, non si lamentano, non provano dolore, se noi tagliamo un ramo ad un albero non fa niente di tutto questo. Questo in qualche modo ci autorizza a disporne.

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Se una persona invece maltratta un cane o un cavallo sicuramente altre persone si fanno avanti per fermare il maltrattamento, per evitare di vedere il dolore, di vedere soffrire, ma se uno taglia un albero pochissimi si azzarderebbero a dire qualcosa, perché gli alberi per noi hanno perlopiù una funzione, fare ombra, dare legna per scaldare o costruire, fare frutta, ma altrimenti se “intrigano” o sporcano con le foglie o non producono niente non servono e li tagliamo.

Per molte popolazioni arcaiche gli alberi sono sacri, per i cinesi sono il collegamento tra la terra e il cielo, tantissimi simboli riportano gli alberi perché rappresentano la casa, la sicurezza, la vita e non possiamo dimenticare che grazie a loro possiamo respirare perché producono ossigeno … sono dei “donatori silenziosi” come mi scriveva qualcuno.

Di questo dovremmo essere sempre grati … così la prossima volta che ti troverai di fronte ad un grande albero, in silenzio, ringrazia.

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riproduzione di un’incisione del Ficus di Palermo di Federica Galli

 

“Addiopizzo”. Palermo 1

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Mercato a Ballarò

Sono seduto al tavolo, visi dipinti sul muro, profumo di cibo, gente che parla, che si guarda negli occhi, che ride.

Al nostro tavolo c’è Giovanni che parla con gentilezza e simpatia, siamo contenti e interessati a ciò che ci sta raccontando, ma si interrompe un attimo perché la ragazza che porta i piatti ai tavoli arriva con un piatto di “falafel” come antipasto.

Ne prendo uno in mano, ha una consistenza morbida, è caldo e ad addentarlo una sottile crosticina resiste un poco, solo quel giusto da farti sentire uno scricchiolio tra i denti per poi affondare in una pasta morbida, calda e saporita.

Quello che sta dicendo Giovanni arriva a stento…”Moltivolti nasce come…”…”Ballarò è un quartiere che…” parole interrotte e solamente a tratti percepite dalle mie orecchie, quasi fossi vittima di una riorganizzazione cerebrale dove l’area deputata all’udito è soverchiata da quella del gusto e del profumo. Completamente rapito dal sapore! E guardando i miei compagni di viaggio capisco che anche per loro è così, Giovanni è sullo sfondo, parla, sorride e sorseggia la sua birra.

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Piazza Ballarò
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Mercato a Ballarò

Ci sta raccontando la storia di “Moltivolti” un ristorante che si trova nel centro storico di Palermo, a Ballarò, il quartiere del mercato. Una zona centrale della città che negli anni è stato abbandonato dai palermitani e ricolonizzato da stranieri, i quali ormai gestiscono il 30% del mercato di Ballarò.

Il commercio sulle bancarelle rimane l’anima del quartiere, venditori urlanti propongono merci di ogni tipo ma prevalentemente vengono venduti generi alimentari: carne, pesce, verdura, frutta e tutto ciò che i palermitani, in modo unico, riescono a preparare, una vera e propria patria dello street-food.

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L’interno del ristorante “Moltivolti

 

Moltivolti” è li a due passi da piazza Ballarò, non è solo un ristorante ma un luogo di incontro, di scambio, di conoscenza, di lavoro insieme, di integrazione, un luogo ricco di relazioni. Giovanni ci dice che l’indomani andrà Don Ciotti di “Libera” e Igor Scalisi, l’artista che dipinge i volti sulle pareti del ristorante, ha già preparto il ritratto di questo prete che ha fondato “Libera“, associazione per la lotta alle mafie.

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Yossouu uno dei fondatori di “Moltivolti” e il suo ritratto vicino a quello di don Ciotti.
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Autoritratto di Igor Scalisi, artista che dipinge i ritratti sulle pareti del ristorante “Moltivolti” a Ballarò (PA)

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Moltivolti” come altri commercianti e uomini e donne aderisce ad “Addiopizzo” un’associazione nata nel 2004 che ha la sua sede in un bene confiscato alla mafia, un ex magazzino dove veniva portata merce di contrabbando del boss della mafia palermitana Massimo Spadaro. Andiamo nella sede dell’associazione, per farci raccontare la loro storia, Giusy che ci apre la porta è una volontaria dell’associazione così come gli tutti altri che la compongono. Ci fa accomodare nella loro sala riunioni, oltre gli uffici e sul muro in alto capeggia una scritta Un popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità”. E’ la frase con cui è nata questa associazione.

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Sette ragazzi, una notte stanchi dei continui soprusi alla popolazione da parte della mafia, decidono di tappezzare la citta con degli adesivi che riportano questa frase ora dipinta sul muro. Un’offesa per un siciliano. Dignità e onore sono sacri da queste parti e così l’indomani Palermo si risveglia e alla vista degli adesivi la gente comincia a farsi sentire, reagisce. È il primo passo che porterà alla nascita di “Addiopizzo”, una rete di persone, uomini donne e commercianti che hanno deciso di non sostenere la mafia. “U pizzu” significa bagnarsi il becco, da questa parola deriva il termine “pizzo”, la criminalità mafiosa usa questa parola per estorcere attraverso l’intimidazione e la minaccia, Giusy ci dice che “il pizzo è la manifestazione più concreta della mafia, perché con il pizzo la mafia si fa stato”.

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Un adesivo che ricorda Libero Grassi che negli anni ’90 è stato ucciso dalla mafia per aver dichiarato pubblicamente il suo rifiuto a sostenerla con il pizzo
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L’adesivo che dichiara l’appartenenza di questo ristorante alla rete di “Addiopizzo”.

Altre cose ci ha raccontato Giusy e altre persone che non ho nominato, hanno fatto la storia di questa associazione, ma non mi dilungo oltre.

Per questo viaggio ci siamo appoggiati ad “Addiopizzo-travel” che propone la sua città e la sua terra al turismo attraverso una rete di albergatori, aziende agricole, agenzie di trasporto, b&b, ristoranti, ecc. che hanno fatto la scelta coraggiosa di ribellione alla mafia…e noi ci siamo trovati bene.

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E’ nato per caso questo viaggio a Palermo, un susseguirsi di incontri con persone, di intrecci di relazioni, che ci hanno fatto conoscere questa sorprendente città dalla quale non avrei più voluto venire via, forse il cibo, forse le persone, forse il mare, forse la potente spinta di trasformazione, di cambiamento, di rinnovamento che ho sentito camminando per le sue vie…tornerò a raccontare qualcosa.

Itinerari di Crescita

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Abbiamo organizzato un momento di condivisione a conclusione del progetto “Itinerari di Crescita” e se hai voglia se invitato a venire.

Sentiamo la necessità di condividere il lavoro svolto in questo progetto, le esperienze vissute, i momenti passati, le riflessioni fatte  e i risultati che abbiamo raggiunto. Condividere nel tentativo di dare un senso maggiore alle azioni, al nostro fare. Si, perché le azioni non si fermano solamente alle persone a cui sono rivolte, ma coinvolgono e contagiano anche chi è in prossimità di queste, chi si trova vicino, chi passa da li per caso. Un  po’ come quando si butta un sasso in uno stagno, non si muove solamente l’acqua dove è caduto ma tutto lo stagno ne viene coinvolto, anche se con un moto ondoso sempre più sfumato.

Siamo convinti e consapevoli che le azioni di questo nostro progetto hanno provocato dei cambiamenti nei ragazzi che abbiamo accompagnato ma non solo, siamo cambiati anche noi, in qualche modo sono cambiate le persone che compongono le nostre famiglie ma anche le persone a cui abbiamo raccontato e quelle che hanno letto questo blog e certamente quelle a cui altri hanno raccontato…come un’onda appunto sempre più sfumata come è giusto che sia. Ma noi vogliamo guardare fino dove può arrivare l’onda del sasso che abbiamo lanciato.

Quindi se hai voglia di provare un po’ questo moto ondoso vieni mercoledì 15 marzo alle ore 9,30 presso la sala convegni della Banca Popolare di Verona in via San Cosimo 10. Sarà con noi  anche Fausto De Stefani un uomo che ha scalato i 14 ottomila in stile alpino, un uomo che ha trascorso una vita in natura e in montagna e con la gente che vive nella natura e ci parlerà proprio di questo.

Questo è il programma della mattinata

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Ultima Uscita

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Ultima uscita, la notte, il buio, lo stare con se stessi.

Siamo partiti al pomeriggio, camminando in salita sulla cresta che guardava ogni tanto al lago, scambiandoci sguardi con i camosci confidenti incontrati, siamo entrati al rifugio con l’ultima luce della sera e siamo stati insieme a cenare. Poi nel buio della notte, uno alla volta, a distanza di mezz’ora l’uno dall’altro, siamo tornati ognuno con se stesso, lungo il sentiero.

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L’attesa di questo rientro era carico di tensione, da un lato per l’attenzione che si avrebbe dovuta avere nel restare sulla traccia corretta del sentiero e dall’altro per tutte le paure che ognuno di noi aveva dentro si sé e che con il buio prendono voce.

Così è stato l’ultimo incontro di questo progetto di “Itinerari di Crescita” un percorso di 8 uscite ognuna con un tema da affrontare, ogni tema una tappa verso la conoscenza e la consapevolezza di sé, ogni uscita realizzata in un contesto diverso e pensata in funzione del tema. Un crescente impegno su tutti i piani: fisico, mentale, emotivo e relazionale. Per alcuni è stato un percorso impegnativo, ma senza dubbio ricco per tutti.

Quando ho comunicato ai ragazzi che avrebbero dovuto rientrare da soli, al buio, lungo un sentiero fatto una sola volta, non c’è stato molto entusiasmo, anzi alcuni non hanno gradito la proposta. Poi però la fatica della salita, il sudore, la voglia di arrivare al rifugio ha placato questo sentimento di contrarietà rivolto a quell’immediato futuro ed ha lasciato spazio al presente.

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Il corpo è un onesto amico perché ti riporta sempre al momento presente, ha un effetto spugna sulle preoccupazioni e sulle ansie che sono entrambe del futuro che non esiste. La sforzo che fanno i muscoli, il sudore che cola dalla fronte, il respiro affannoso, appartengono al momento presente e a volte, in modo prepotente questo non lascia spazio ad altro, ed è in questo modo che il corpo riporta al presente e libera la mente.

Anche la natura ha lo stesso effetto, soprattutto quando improvvisamente davanti ai tuoi occhi prende forma una meravigliosa espressione del mondo naturale: un branco di camosci che scende correndo non molto lontano da te, davanti al sole del tramonto, allora ti si blocca il respiro, dentro gli occhi si riversa tutto te stesso come per farti entrare a far parte di questa meraviglia e poi magicamente per un attimo tutto il resto scompare, la fatica, i pensieri, tutto e ti senti così pienamente nel presente e basta.

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Prima di partire, dopo cena ci sono stati momenti di scambio, di confronto, di confidenza, di curiosità sulle storie personali, qualcuno ancora si è raccontato, per me è stata una serata molto delicata e molto tenera…anche se sembra un po’ strano a dirsi.

Poi ognuno con sé.

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Il buio trasforma le distanze, le pendenze, i profili che ti circondano, tutto è diverso da quello che avevi provato alla luce del sole. Ti rimane la traccia del sentiero e devi avere fiducia che è quello giusto. Salgono momenti di dubbio e immediatamente si avviano processi mentali ed emotivi che cercano di dissiparlo per ritrovare la sicurezza. Un dialogo continuo con le parti diverse di te stesso: quella dubbiosa, quella spensierata, quella paurosa, quella sicura, quella serena, quella fiduciosa, quella meravigliata…è stato proprio così, una grande chiacchierata per conoscersi sempre più profondamente, come succede tra amici.

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Si è concluso così questo intenso percorso costellato di momenti e parole.

Vi farò sapere ancora delle cose a riguardo.

Le foto di questo articolo sono di Alessandro Ongaro.

Di sopra e di sotto

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Foto di A. Ongaro 

Immagina…

….sei su una parete rocciosa, stai arrampicando e ti trovi in un passaggio impegnativo, ti blocchi, non sai bene come fare per proseguire, decidi di provare a cambiare appoggio con il piede, ma niente da fare. Ritorni nella posizione di prima e cerchi un appiglio con la mano, vai in alto cominci a cercare, non vedi niente, vorresti che i tuoi occhi fossero là, al posto delle dita a vedere cosa c’è sopra…ma ancora niente non trovi l’appiglio che ti faccia convinto che ti puoi fidare. Ritorni ancora in posizione, ti prendi un attimo e ascolti il tuo respiro, però passa qualche secondo e così appeso alla parete con mani e piedi, la fatica comincia a farsi sentire. Da sotto il tuo compagno prova a darti qualche indicazione ma tu hai le idee un po’ confuse, provi a ragionare, capisci che non puoi permetterti di restare molto lì a pensare, allora cerchi di prendere un po’ forza, qualche parola dentro di te di incoraggiamento, provi a riprendere la calma e il controllo e ci ritenti. Ripeti i gesti di prima, perché ti sembravano giusti, ma c’è qualcosa che non va, ti sembra di non avere la forza sufficiente, ma ti pare impossibile, niente, non riesci a salire! Nella tua testa cominci a sentire una voce che ti dice “Dai su forza! Prova ancora!”, ma un altra invece “No. Non ce la fai scendi!” e continuano queste voci, ti sbattono in testa di qua e di là, fino a che….prendi una decisione.

Ti è mai capitato? Sei mai arrivato al limite?

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Il limite è quella linea un po’ sfumata che separa uno spazio: sopra e sotto. Sotto ci sono le cose note, che conosci e sopra quelle che non conosci, il mistero. Arrivare al limite vuol dire arrivare a questa linea e permettersi di guardare sopra per vedere cosa c’è di sconosciuto, di misterioso, ma non solo, significa anche scoprire le tue reazioni a questa novità, quali emozioni nasceranno che potrebbero prendere il sopravvento e farti fare delle cose inaspettate, comportamenti assolutamente irriconoscibili per te…un mistero quello che c’è oltre la linea, che nessuno solamente te puoi scoprire.

Mi piace questo aspetto del limite, questa possibilità che offre, perché lascia spazio alla “sorpresa”. Un amico e maestro dice: “Coltiva la sorpresa, coltiva l’inaspettato, perché porta con se una grande energia”.

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E’ su questo che abbiamo lavorato con i ragazzi di “Itinerari di Crescita” nelle uscite centrali del progetto. Siamo andati ad arrampicare, abbiamo fatto dei percorsi di avventura nei vaj, superando gli ostacoli incontrati arrampicando o calandoci con la corda, abbiamo camminato tra le guglie delle Odle con lo zaino a spalle, salito una cima con fatica, pernottato in rifugio guardando il cielo stellato della notte. Abbiamo fatto questo con l’idea di conoscere se stessi un po’ di più, confrontandoci ognuno con i nostri limiti, per capire quali meccanismi adottiamo per compiere delle scelte, come prendiamo le nostre decisioni, per scoprire se di fronte alle difficoltà ci chiudiamo in noi stessi oppure chiediamo aiuto, per capire quanto forza può darci un gruppo, quanto sollievo possiamo avere dal condividere una paura, quanta sorpresa si trova nelle meraviglie della natura e molto altro ancora. Questo abbiamo fatto, nella convinzione che vivere attimi e momenti positivi fa bene a tutti e se questi durano ore o giorni lasciano il segno nella vita delle persone. Quando scopri con gioia che hai superato la noia, il disinteresse, la fatica, la non volontà, la non perseveranza, oppure diventi consapevole che non sei riuscito a superare il tuo limite ma hai la possibilità di condividere con qualcuno lo stesso sentimento e magari progettare insieme un percorso che ti porti piano piano ad andare oltre, questo è positivo e aggiunge dentro di te un altro mattone al tuo divenire.

OLYMPUS DIGITAL CAMERALe parole dei ragazzi sulle giornate trascorse diventano via via più profonde e il tempo passato a rovistare nella mente alla ricerca della parola, diventa sempre più lungo e intenso. I minuti scorrono nel silenzio e lo spazio attorno si carica d’attesa. Poi prende posto il tono della voce, l’espressione del viso, lo sguardo rivolto ai compagni, la postura e i movimenti, quasi a voler andare oltre la parola per comunicare profondamente il senso…sfumature, gradazioni, dettagli, piccole cose che a volte passano inosservate, ma che sono diventate un arricchimento nei nostri momenti di condivisione.

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Di ramo in ramo

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Salgo ancora un po’ e vedo un buco, scavato di fresco, chissà forse un roditore? Vado ancora un po’ più su e trovo una sorta di bacinella piena d’acqua, è una cicatrice di un ramo tagliato anni addietro e che molto probabilmente è utilizzata come abbeveratoio da qualche “abitante” di questo ecosistema. Dev’essere proprio come un grande condominio, con gli abitanti dei piani a terra, gli abitanti dei piani di mezzo ed infine quelli dell’ultimo piano…della cima.

“Hei cosa si vede da li? Sei arrivato?”

E’ qualcuno del gruppo da giù che mi chiama.

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Sarò a circa 20 metri di altezza, forse di più, sto salendo uno dei grandi faggi della Lessinia, sicuramente una pianta secolare che, credo, deve aver visto e conosciuto molte vite, sopra di sé e sotto ai suoi piedi.

Mi trovo sopra questo albero perché gli alberi sono i personaggi che abbiamo deciso di incontrare in questa uscita del progetto “Itinerari di crescita”.

Gli alberi sono esseri viventi, immobili e maestosi, semplici e possenti e apparentemente indifferenti e l’idea nostra è di andare ad incontrarli e provare ad avviare un dialogo con loro.

Uno alla volta, con la sicurezza della corda, i ragazzi salgono in alto, chi riesce a salire fino in cima, chi si ferma prima, chi procede con determinazione, chi invece prende tempo, respira, si concentra, pensa ai movimenti da compiere. Ognuno però si prende del tempo per guardare dall’alto le montagne attorno, il paesaggio e scambia parole con i compagni a  terra sulle cose che vede.  Una volta sceso riceve le congratulazioni degli altri, nessun giudizio, non è un’impresa, è un’esperienza fatte di attese, curiosità e paure. Chi è giù e deve ancora salire osserva con attenzione e ascolta il racconto di chi è appena sceso, studia le espressioni del viso del compagno e si prepara ad andare. C’è qualcosa di nuovo in chi scende una sensazione nuova, che non ha parole e non si racconta, ma c’è e si percepisce, dalla pacca sulle spalle, dal “cinque” battuto a due mani.

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Salire in alto su un albero significa osservare il mondo da un’angolatura nuova, acquisire una nuova prospettiva che permette di aggiungere particolari e sfumature altrimenti nascosti, però a volte determinanti per avere un’idea un po’ più completa di ciò che ci sta intorno. Salire su un albero è un po’ questo e mi viene in mente un detto dei nativi americani che dice “Ogni volta che devi giudicare un uomo cammina prima per tre lune con i suoi mocassini”, anche in questo caso, per acquisire particolari, notare sfumature che potrebbero essere determinanti.

Da adulti non ci permettiamo di salire sugli alberi, solo i bambini lo fanno, dovremmo tornare ogni tanto ad arrampicarci, così, solamente per il gusto di guardare il mondo dall’alto e scoprirne la meraviglia.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAI ragazzi sono partiti ognuno per la sua direzione, hanno il compito di trovare ognuno il “proprio” albero e passarci del tempo insieme. E’ un po’ difficile immaginare di comunicare con una pianta, però quando ci troviamo soli, di fronte ad un albero, se siamo capaci di metterci in ascolto ed osservare dentro di noi cosa succede, scopriamo che emergono delle emozioni. Un senso di sicurezza, un pensiero di dolcezza, una inaspettata saggezza, una forza determinata, una fiducia infinita nella vita, questo è quello che possiamo sentire quando siamo vicino ad un albero ed ognuno ha il suo messaggio, una betulla diversa da un faggio, da un abete o da un carpino.

P1050012Prendo aria nei polmoni e faccio un lungo fischio per avvisarli che il tempo è scaduto, è ora di tornare. Se ne tornano piano piano tutti e si riforma così il gruppo. Si parla, ci si confronta, si condivide quello che si ha voglia di questa esperienza, chi ha “dormicchiato”, chi ha riflettuto, chi si è messo in attesa di qualcosa  ma un senso di gruppo pervade tutti  e si condividono parole come… fiducia … sintonia … avventura … sfida … difficoltà.

Di nuvole e sole

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I ragazzi vanno, stanno camminando, hanno seguito le indicazioni mie e di chi conduce con me questa esperienza. Qualcuno ha compreso ma non sa cosa aspettarsi, qualcuno ha confusione in testa, qualcuno altro non riesce ad ascoltare…però vanno e proseguono. A momenti con affanno, a momenti con la testa piena di domande sul senso di quello che stanno facendo. Ma si trovano li, su un sentiero di montagna che continua a salire. E’ passata l’euforia dell’inizio ed è cominciata la fatica del salire. Si rendono conto che non ci sono molte alternative, l’unica possibilità è quella di procedere, anche se nella testa si fa strada il dubbio, il dubbio di non farcela, il dubbio che il corpo non resista a tutta questa fatica, il dubbio di non essere in grado di sostenere una prova simile.

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E’ iniziato così questo progetto dal nome Itinerari di Crescita, un programma che ha l’intento di offrire un’occasione di crescita a questi ragazzi e nello stesso tempo permettere loro di assolvere, in parte, alla prescrizione della pena inflitta per i reati che hanno commesso. Si, una parte di loro sono sono qui per questo, hanno commesso reato e prendere parte a questo progetto rientra nel loro programma rieducativo, altri sono ragazzi che per le loro condizioni di vita sono considerati a rischio di devianza. La natura e il movimento sono il centro di questo progetto. Nel pensarlo si voleva trovare onestà, sincerità e pace, al di la delle parole dette o che si possono dire, per questo è stato scelto il corpo e la natura come strumenti, mezzi, contesti, in piena sintonia con quello che è la filosofia di ginnastica naturale.

Le nuvole si abbassano, coprono tutto il sentiero, non si vede niente, solo la traccia per qualche metro davanti che sale verso l’alto, che sembra infinito. Non c’è molto da fare capiscono che devono andare avanti e proseguire con fiducia, nella speranza che più avanti le cose si chiariscano, diventino limpide, anche nella loro testa.

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La montagna è ricca di storie, sono le storie degli uomini e delle donne che l’hanno vissuta, molte sono storie intense che a volte sembrano improbabili, folte di eventi, articolate, straordinarie da far venire la pelle d’oca. Anche le storie dei ragazzi che prendono parte al programma sono intense e articolate e a volte tali da sembrare improbabili. Le storie ritornano nel tempo e anche nella salita di questa prima uscita tornano e si incrociano nei ricordi e nelle sensazioni, perché forse a volte le sensazioni delle storie sono simili, anche se i contesti entro cui si svolgono sono completamente diversi. Le sensazioni fatte di emozioni e sentimenti, muovono l’uomo e sono quelle che restano, che fanno parte della propria persona e a volte sono così difficili da comprendere che si fa perfino fatica a comunicarle e condividerle.

Ognuno in questo progetto si porta via quello che può, quello che riesce a raggiungere spingendo poco a poco il proprio limite sempre più in la. Non ci sono esami, test o prove che alla fine dicono: si sei stato bravo! Ma semplicemente rimane una consapevolezza di quello che sei, di quello che sei riuscito a fare, di quello che la tua mente ha attraversato, dei momenti di nuvolo e di sole che hai vissuto. Questa consapevolezza, che solo nella natura riesci a trovare e che ti accompagna poi nel tempo.

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Poi basta poco, un colpo di vento che libera il cielo per un attimo, riesci così a scorgere l’azzurro intenso, il verde dei prati e la cima. Un attimo e le cose nella tua testa cambiano, un respiro profondo libera tutte le tensioni, ed una sorta di felicità percorre il tuo corpo a ridarti energia.

È così che è andata questa prima uscita, fatica, nuvole, sole, salita, discesa, silenzio, storie raccontate…e poi rimangono alcune parole dette dai ragazzi: …riscatto …orgoglio …meravigliato …vittoria …scoperta…bella.

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Le cose che ho fatto: Piccola Guida dello Jutland del Nord 2

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 Sono in auto con Jan, un norvegese che mi sta accompagnando a Hirtsals (dove lui proseguirà con un traghetto per la Norvegia). Ho trovato questo passaggio grazie a BlaBlaCar, ci siamo incontrati con Jan ad  Amburgo, che ho raggiunto in bus e ci faremo compagnia fino a Hirtsals. Sto freneticamente cercando un B&B consultando Bokking.com e Airbnb.it e altri ancora. Nella mia mia idea, pensavo di essere scaricato in città e a piedi lungo il mare, di certo avrei trovato da dormire, ma per il mio amico del nord non è una buona idea. Mi sembra uno scontro tra il programmato e perfetto nord con il fatalista e improvvisato sud, io abbastanza tranquillo e rilassato, magari un po’ avventato, lui invece con mente lucida e efficiente a dirigere i lavori di ricerca del B&B.

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Sì, questa è una delle cose che ho scritto nella mia lista delle cose che ho fatto: cercare da dormire. Ho dormito nei B&B e negli shelter lungo il sentiero. Le ore di buio sono poche dalle 23,30 alle 4 del mattino in questa stagione, però trovare dove dormire significa anche potersi rilassare e nei primi giorni del mio viaggio era un bisogno.

L’altra cosa che appare nella mia lista è cercare da mangiare. Io ho sfruttato i supermercati e nei paesi i fisk restaurant dei porti, dove con 13/15€ mangi un piatto di pesce e verdura e con altri 6/7 € bevi una birra, l’unica difficoltà è che scrivono spesso solamente in danese e quindi non capivo niente, mi aiutavo guardando le immagini dei menù.

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Una delle cose che ho fatto maggiormente è camminare. Ho camminato a lungo e soprattutto lungo il North Sea Trail ma non solo. Ho camminato per trovare da dormire e da mangiare, ho camminato per raggiungere luoghi e per lasciarne altri, ho camminato perché in alcuni momenti non sapevo cosa altro fare, ho camminato nella speranza di trovare quello che cercavo, ho camminato perché a volte il tempo era troppo, ho camminato per trovare la pace dentro di me, ho camminato perché ero felice, ho camminato perché ero venuto per fare anche quello, ho camminato perché volevo, ho camminato per cercare di capirmi e per altri molti motivi.

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Poi ho cercato le foche, ho girato i porti, le spiagge i pochi scogli che ho trovato. Ci sono andato alla sera, alla mattina e durante il giorno, ma niente. Di foche neanche l’ombra.

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Ho cercato l’ambra nelle spiagge, ho raccolto centinaia di sassi gialli, arancioni e ocra perché di quel colore è l’ambra e li morsicavo nella speranza di capire, attraverso le sensazioni che avevo sotto i denti, se poteva essere oppure no.

Ho cercato i caprioli, si sembra strano, ma in questa regione le foreste all’interno della costa sono ricche di alberi e ci vivono caprioli, lepri e diversa altra fauna. Si spostano e raggiungono anche la spiaggia, mi sarebbe piaciuto tantissimo vederne uno in riva al mare, ma ho trovato impronte del loro passaggio sulla sabbia e non sono riuscito a vederli.

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Ho raccolto sassi, di ogni tipo, piccoli e medi soprattutto, i grandi devo dire li guardo poco perché sono impegnativi. Ne ho trovati di tutti i tipi, di tutti i colori, di tutte le sfumature, lucidi e opachi, pesanti e leggeri, tondi, piatti, lisci, ruvidi, con i buchi, di diversi colori, a strisce, veramente non esiste un sasso uguale ad un altro è incredibile. Me ne sarei portato a casa la maggior parte ma poi, come sempre non posso arrivare a casa con kili di sassi.

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Ho preso in prestito una bici dal governo danese, con una cauzione di 10 corone e ho girato per il paese di Tverted e i suoi dintorni compresa l’area naturalistica nei pressi.

Ho bevuto una birra in ogni nuovo paese, o abitato, in cui sono arrivato.

Ho letto il libro di Macfarlane e mi sono lasciato ispirare.

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Ho scritto il mio diario, per ricordare, per capire, per creare spazio dentro di me, per definire chiaramente le cose, per mettere ordine, per trovare sicurezza, perché quando il tempo era troppo ed ero stanco di camminare o i piedi mi facevano male, scrivere mi aiutava a stare con me.

Ho fatto fotografie, subito per ricordare, ma poi andavo alla ricerca di fermare le sensazioni del momento, lasciando che qualcosa mi colpisse.

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Poi sono andato a vedere Grenen la punta della Danimarca, il posto dove il Mare del Nord si incontra e scontra con il mar Baltico. Due mari diversi. Il mare del Nord, che mi è piaciuto tantissimo, sabbia bianca, acqua chiara, ventosissimo, vivace sorridente, pieno di energia, il Baltico a levante, più scuro, un po’ difficile, ombroso quasi. Litigano un po’ tra di loro in questo posto, sembrano voler dimostrare chi è il più forte e quando uno si ritira apparentemente soddisfatto, ecco che l’altro si riprende e con forza si fa valere. Solamente vicino alla terra sono un po’ più miti, forse la terra è il terzo che media e mitiga.

 Ho fatto il bagno nel Mare del Nord in mutande è mi sono asciugato al vento e al sole e mi è piaciuto tantissimo.

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Ecco questa è la lista delle cose che ho fatto, anche se c’è un’altra cosa che forse è quella che ho fatto di più, che ho continuato a fare da quando sono salito sul Flixbus di Verona fino alla fine del mio viaggio. Non so bene quale azione, perché forse era più di una. Direi che aspettavo, mi osservavo nell’attesa, osservavo intorno a me e me stesso e le mie reazioni. Non prendevo decisioni, aspettavo finché dentro di me non nasceva spontaneo il disegno di quello che avrei dovuto fare. Aspettavo di notare qualcosa, un particolare, un colore, un suono, un dissonanza nel paesaggio, un gesto di una persona, insomma una qualsiasi cosa mi…non saprei dire…mi suggerisse, invitasse, indicasse di proseguire, di prendere una determinata decisione, mi facesse intravvedere una possibilità. Poi una volta compreso, agivo, facevo senza chiedermi se ci fosse da parte mia un interesse, senza chiedermi se avesse un senso per me o se rientrasse tra i miei obiettivi, o potesse soddisfare un mio bisogno qualsiasi, di conoscenza, di realizzare qualcosa, di imparare. Aspettavo cercando con attenzione che dentro di me non ci fosse niente e nessuna cosa che prendesse il sopravvento a definire il momento che avrei dovuto vivere. Si credo che sia questa la cosa che ho fatto maggiormente in questo mio viaggio nello Jutland del Nord….aspettare che il momento accadesse.

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Unlearning e il filo conduttore

ghiaccio

Mi capita spesso di ritrovarmi fermo a cercare qualcosa nella mia testa, spesso quello che cerco è il collegamento, la coerenza, il legame, il filo conduttore. E’ una necessità che sento, perché ci sono cose che sono nella mia vita e nella mia mente e che intuisco essere legate tra loro, ma questo legame non mi appare subito, solamente in un secondo momento lo scopro e, in questo spazio di tempo, io sono alla ricerca di questo legame.

In questo momento sono tre le cose che ho dentro di me e che sento di dover legare: la storia raccontata da Lucio, Anna e Gaia, attraverso il documentario dal titolo “Unlearning“, che racconta il loro viaggio di 6 mesi a conoscere famiglie, gruppi di persone, comunità che hanno deciso di vivere secondo logiche che non sono molto comuni, l’altra cosa è ginnastica naturale che sempre di più riempie i miei tempi e pensieri e l’inverno che è la stagione di adesso e che conduce le cose presenti…non so se ci riuscirò.

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D’inverno, come forse ho già scritto in qualche altro post, l‘energia nel corpo è richiamata verso l’interno. Un po’ come succede agli alberi che vanno in una fase di letargo, una fase in cui l’attività è limitata al massimo, si ferma quel ciclo che porta la linfa grezza alle foglie e rimette in circolo la linfa elaborata (ricca di zuccheri). In inverno questa linfa torna verso il basso e all’interno, alle radici e così cadono le foglie e l’albero sembra seccarsi, sembra morto, ma non è così, riduce al minimo la sua attività, si è addormentato.
Questo, dicevo, succede anche a noi, al nostro corpo. A livello corporeo dobbiamo un po’ pensare che l’energia migra verso l’interno del corpo, questo perché in modo innato, in inverno abbiamo una tendenza a conservare, a non disperdere, non possiamo permetterci di sprecare e quindi il modo migliore di conservare è quello di portare all’interno. Quindi il lavoro che possiamo fare con il corpo in questa stagione dovrà rispettare questa dinamica, cioè possiamo fare movimento ma senza disperdere. Per fare questo dobbiamo avere un certo rigore, dobbiamo misurare, se così posso dire, i movimenti, avere un’alta qualità di esecuzione e misurarne l’intensità e la quantità. Dobbiamo fare movimenti giusti, precisi, necessari, sufficienti, senza andare oltre, perché sarebbe uno spreco o potrebbe addirittura essere controproducente. Questo richiede concentrazione, consapevolezza, attenzione e soprattutto deve avere un significato perché questo riempie di senso ciò che si fa e quindi di conseguenza riempie di senso la vita.

E fino a questo punto credo che inverno e ginnastica naturale, ci stanno, ma Unlearning?

Credo, ma non ne sono sicuro, che l’inverno potrebbe essere il filo conduttore di quello che voglio dire, è lui che in qualche modo domina il corpo in questo periodo, ma anche la mente e quindi lo stato d’animo e in questo momento l’inverno mi sta portando qua, a riflettere, a mettere ordine alle cose che ho in mente. Penso che anche la mente tende ad andare verso l’interno, verso il profondo, in qualche modo va a scavare dentro, per conoscere cosa c’è in fondo in fondo?…non lo so, ma forse è così.
Questa stagione, ha queste caratteristiche, il “fare” delle stagioni precedenti ha dato i suoi frutti e ha trovato ora la fine e quindi viene il riposo e con questo, viene anche la possibilità di chiedersi il significato di tutto il “fare” precedente. Ecco! Unlearning è un po’ così, quando lo vedi ti chiedi il significato di quello che fai, di quello che hai fatto e di quello che stai facendo.
Credo che dentro di noi vi sia un orologio naturale sintonizzato con un altro orologio che è quello della Terra, a volte il nostro orologio interno non lo sentiamo più, come se smettesse di battere dentro di noi e quindi perdiamo anche quello della Terra…Unlearning è stata un’occasione di ripresa del ticchettio interno.

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Questa famiglia, Lucio Anna e Gaia di 5 anni sono partiti per 6 mesi in giro per l’Italia e l’Europa e hanno incontrato persone che hanno fatto nella vita scelte non comuni, persone che hanno deciso di avere dei ritmi più simili ai ritmi della natura, (mettere in sintonia gli orologi) perché hanno sperimentato come il “fare”, che viene richiesto dalla nostra civiltà centrata sul lavoro e sul consumo, prenda spesso il sopravvento sulla vita, a tal punto da non farci più riconoscere cosa sia bene per noi o cosa semplicemente ci andrebbe di vivere.
Persone che hanno deciso che l’educazione e la formazione dei loro figli è una questione prioritaria dell’essere genitori e non è una cosa da poter totalmente delegare alla scuola. Esperienze di genitori che hanno deciso di occuparsi loro stessi, con responsabilità, riaffermando la propria dimensione di padri e madri, di fare scuola ai loro figli. Riscoprendo così il piacere, la semplicità, la spontaneità, la creatività che un processo di apprendimento dovrebbe sempre portare con se e essere vissuto dalle persone come tale, contro la sofferenza, l’obbligo, la noia, la ripetitività e l’apatia che a volte vengono vissuti nelle scuole e forse anche ritrovando una coerenza della vita
Persone che ritengono che la natura e la terra vada protetta cercando quindi, nelle loro scelte, di limitare il più possibile lo spreco, lo sfruttamento fine a sé stesso, l’inquinamento e facendo in modo che il loro vivere sia compatibile con il rispetto della vita sulla terra.

Alla fine tutte le storie che ci sono state presentate sono storie di persone che in questa trasformazione della loro vita, sono andati alla ricerca di un senso più profondo e che hanno rinunciato a credere che ciò che è comunemente ritenuto importante sia valido o doveroso anche per loro.
albero invernoSono storie diverse, anche lontane tra loro quelle raccontate da Anna Lucio e Gaia con un atteggiamento di curiosità, di apertura, di tolleranza, verso ciò che era diverso da loro. Sono stati dei semplici testimoni, hanno cercato di essere critici ma non giudicanti, cercando di trovare dei punti di debolezza ma non per distruggere, ma piuttosto con l’intento di comprendere il senso delle azioni.

In tutto questo mi tornano quindi le cose dell’inverno il conservare, il non sprecare, il rigore, l’attenzione e la ricerca di senso. Non so se la mia logica è anche la vostra, però dentro di me c’era la necessità di trovare un filo conduttore tra i miei stati d’animo, le miei intuizioni, Unlearning e la ginnastica naturale.