Vita nei boschi

Mi è sempre piaciuto il bosco.

Da piccolo mi piaceva andare nel boschetto vicino a casa e farmi le capanne, o i nascondigli, mi fabbricavo archi, frecce e fionde e giocavo. Mi immaginavo e mi inventavo avventure giornaliere. Bevevo poco, per abituarmi a vivere con poca acqua, disegnavo le mappe con gli alberi della frutta e delle piante che si potevano mangiare, cercavo di allenarmi alla corsa e al salto per essere sempre pronto a superare tutti gli ostacoli che trovavo. Mi esercitavo ad arrampicarmi sugli alberi e nascondermi per difendermi dagli animali immaginari, cercavo e studiavo le tracce sul terreno, impronte, resti di cibo e mi preparavo ad affrontare il pericolo.

Da questo è partito il mio interesse per la natura e le sue leggi, per i nativi americani, il sapersela cavare in ambiente naturale, il movimento, la montagna e l’alpinismo, le qualità utili alla vita in natura, l’educazione e la crescita dell’uomo…si, credo che sia nato tutto da qua.

Per questi motivi pensavo quest’anno di proporre un camp estivo per bambini/e  e ragazzi/e chiamato “Vita nei boschi”, per rivivere tutto ciò!

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#ultimoe1senzauto

OLYMPUS DIGITAL CAMERASono le 10,00 del 30 dicembre quando chiudo la porta di casa, con l’idea di riaprirla nel nuovo anno. Metto il guinzaglio a Teo, scambio un’occhiata d’intesa con Elena e partiamo.

Lo zaino non è troppo pesante, solamente un pò voluminoso e da questo si capisce che la nostra non è una gita giornaliera. E’ una sensazione nuova quella di camminare per le vie vicino a casa in questo modo, agghindati da camminatori, solitamente succede che prendiamo l’auto raggiungiamo un posto più o meno lontano da casa, in genere nuovo e si parte con lo zaino a spalle. Oggi invece niente auto, partiamo da casa e andiamo verso le nostre montagne, la Lessinia per questo ultimoe1senzauto.

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Sono tre anni che abbiamo iniziato a porci come semplice proposito quello di chiudere l’anno in corso e aprire quello nuovo, senza usare l’auto. Questa cosa per noi ha un po’ il sapore della “scaramanzia”, non tanto nel senso della fortuna, ma quanto nel senso dell’augurio e cioè quello di cercare di utilizzare l’auto il meno possibile durante tutto l’anno, un gesto scaramantico che ha il valore di ricordarci che possiamo prenderci un piccolo impegno: quando si può si lascia l’auto ferma!

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Ognuno di noi può dare a un gesto come questo il valore che crede, per noi rappresenta un piccolo contributo e un impegno ad inquinare meno, inoltre è una presa di consapevolezza e una volontà a valorizzare il movimento come occasione per riscoprire sé stessi, di valorizzazione della lentezza come aggettivo alle nostre azioni quotidiane, di contatto con la natura che è sempre in trasformazione e sempre nuova anche se se è quella appena fuori casa, e di incontro con gli altri.

Dopo mezz’ora dalla partenza, mentre salivamo la dorsale Preafita passato il castello di Montorio una voce femminile dietro di noi: “ciao ho visto il vostro video ieri sera. Bravi! Vi seguirò! Buona camminata!” Donatella, il primo di molti incontri fatti durante questi tre giorni di cammino. Gia perché la sera prima io ed Elena abbiamo deciso di fare un video su FB dove lanciavamo questa nostra iniziativa , così ci piaceva questa semplice idea e ci divertiva. E così mano a mano che il tempo passava aumentavano le persone che visualizzavano i video e ci inviavano messaggi di augurio e condivisione dell’idea.

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Abbiamo camminato per tre giorni, la prima notte l’abbiamo passata a casa di amici ad Azzago dove abbiamo festeggiato un pre-ultimo dell’anno e poi tutti quanti insieme il 31 dicembre siamo partiti questa volta eravamo in 7 adulti, 4 bambini dai 6 ai 10 anni e 2 cani, una piacevole giornata insieme ad amici con la possibilità di stare insieme ore in silenzio o a chiacchierare. A sera siamo arrivati nel vajo dell’Anguilla, uno dei vaj più selvaggi della Lessinia, alle porte del parco, già nella “terra dei lupi”… dove volevamo arrivare.

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Abbiamo festeggiato l’anno che si chiudeva e dormito tutti insieme nella casa di mia mamma in mezzo al bosco. Poi il primo dell’anno, senza troppa fretta (visto i festeggiamenti) e sotto un’abbondante nevicata siamo partiti solo io ed Elena con Teo, seguendo sul fianco il vajo, fino a sera per poi rientrare alla casa di mia mamma.

Siamo stati e ci siamo sentiti viaggiatori a piedi, anche se eravamo in posti noti e familiari. Ci siamo sentiti tali, attenti all’incontro, al saluto, alla meraviglia, al silenzio. Abbiamo viaggiato con lentezza, perché spesso ci capita di correre in modo frenetico e ci perdiamo così i particolari le piccole variazioni. Abbiamo attraversato il territorio di casa nostra con una consapevolezza nuova, meravigliandoci del sapore che ci ha lasciato.



kross urban

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Durante questi tre giorni di cammino ho tenuto ai piedi la Kross Urban della Lizard, Volevo mettere alla prova la resistenza, l’impermeabilità ma soprattutto volevo tenerla ai piedi per più giorni. Sono sempre stato abituato ad avere scarponi da trekking ma questa volta invece volevo vedere come sarebbe stato portare scarpe leggere, volevo capire se arrivavo a sera come al solito con una gran voglia di togliermi gli scarponi, ritrovandomi i piedi indolenziti. Invece non è stato così, la suola in Vibram anche se minimale si è comportata molte bene in tutti i terreni, pioggia e neve non mi hanno dato nessun problema e alla sera i piedi stavano benissimo.

In questo link trovi un breve video relativo a questi tre giorni:  https://youtu.be/MkgsGPdiI0U dove faccio vedere e spiego alcune cose sulla Kross Urban.

Sono rimasto molto soddisfatto da tutti i punti di vista, una scarpa pensata per l’urbano ma che non teme di certo i terreni outdoor!

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La camminata naturale: Kross Terra III

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Mi rendo conto che qualcosa è cambiato nel modo di appoggiare il piede a terra, forse perché sono in discesa e il terreno presenta dei grossi sassi, forse perché vado un po’ veloce e quindi non posso permettermi di sbagliare appoggio. Affronto il terreno quasi con le punte dei piedi, bene attento a non appoggiare il tallone nell’impatto inziale ma a farlo solo in un secondo momento quando il peso è stato ormai assorbito. Anche i miei sensi sono orientati in modo diverso, sono focalizzati molto sul movimento dei piedi e questo mi dà una sensazione di sicurezza inaspettata.

Non so se avete mai provato a camminare o a fare una corsa leggera nel bosco scalzi e ad osservare come cambia il vostro modo di appoggiare il piede. Nasce una necessità istintiva, di misurare il passo, il terreno e individuare le diverse possibilità di appoggio a terra. Operazioni che svolgiamo in una frazione di secondo, in modo automatico e la camminata prende così un ritmo e un’efficacia nuova.

 

Sta continuando la collaborazione come tester per l’azienda che produce scarpe “Lizard e oggi volevo presentarvi una scarpa da attività all’aperto. E’ una scarpa primaverile-estiva, l’ho provata quest’autunno e devo dire che sono veramente soddisfatto. E’ una scarpa che permette una camminata diversa dal solito, la sensazione è quella di avere dei “guanti” ai piedi più che delle scarpe e quindi si ha proprio la possibilità di sperimentare una “camminata naturale” come la definisce la filosofia aziendale.

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Camminare è uno dei gesti più comuni che facciamo durante le nostre giornate, i piedi ci permettono di distribuire il nostro carico al suolo. Pensate che in ogni piede ci sono 26 ossa articolate tra loro e quindi i due piedi hanno quasi un quinto delle ossa di tutto il corpo. Questo permette una grande adattabilità e flessibilità del piede al terreno, ma nello stesso tempo danno struttura, resistenza e tenuta, in modo tale da permetterci di dare propulsione al corpo anche in condizioni critiche, a volte al limite delle leggi di gravità. Non solo, ma i piedi sono un grande sistema di informazione del corpo. Dal piede-caviglia vengono continuamente inviate informazioni alle strutture nervose centrali sul rapporto tra il nostro corpo e il terreno che ci consentono di mantenere l’equilibrio e spostarci in sicurezza anche in funzione delle diverse variazioni del terreno, di velocità e altro.

Tutte queste funzioni possono essere agevolate o limitate dalle condizioni in cui teniamo i nostri piedi. La scarpa e le calze in modo particolare sono sicuramente elementi che condizionano la funzionalità del piede. Viene da sé che una “scatola rigida” che contiene il piede e ne impedisce la naturale posizione, adattamento e movimento limita la normale funzionalità della stesso.

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Provando le Kross Terra III invece devo dire che la leggerezza e l’adattabilità al suolo sono veramente eccezionali. Una scarpa pensata per fare attività all’aria aperta, capace di modificare il mio modo di camminare, se il terreno diventa impegnativo sono più istintivo, tendo ad usare i piedi in modo più accurato, scelgo dove appoggiarli. Pensavo che essendo così basse forse qualche problema di stabilità alla caviglia me lo avrebbero potuto dare, invece mi sento di dire che non è così, anzi si attiva un raffinato processo di valutazione e controllo che da una maggior sicurezza e stabilità alla camminata.

OLYMPUS DIGITAL CAMERANon vi posso nascondere che serve un po’ di allenamento, un po’ di abitudine a questo nuovo modo di camminare. Le prime volte potreste ritrovarvi il piede e la caviglia un po’ stanchi, oppure potreste trovare fastidiosa la sensazione di forte contatto con il suolo, però vi assicuro che dopo un breve periodo che le portate faticherete a calzare nuovamente scarpe pesanti e rigide.

A questo link puoi vedere il mio video di presentazione della scarpa, buona visione

Chi sono: Nicola Rovetti

io piccoloQuando ero piccolo avrei voluto fare l’esploratore, mi appassionavano gli articoli su “Epoca” di Walter Bonatti e il primo posto dove avrei voluto andare era il Congo perché volevo vedere gli elefanti… non sono diventato un esploratore di terre selvagge, però l’ignoto, lo sconosciuto e il mistero mi attirano sempre. Sono sempre in ricerca e in continua esplorazione, mi piace esplorare le possibilità che ci sono nella vita, mi piace esplorare le mie capacità, le mie sensibilità, i miei confini.

La mia formazione comincia con un diploma ISEF e poi una laurea in Scienze Motorie ho lavorato, e continuo a farlo da 27 anni nel campo della disabilità mentale, fisica e sensoriale e in tutti questi anni c’è sempre stata un’incessante ricerca di adattamento, di creazione e invenzione di nuove situazioni motorie, di strutturazione di contesti esperienziali il più possibili adeguati alle persone con cui lavoravo.

Il mio è stato un continuo lavoro di creazione – sperimentazione – aggiustamento – messa in discussione e riprogettazione e questo mi porta a dire che sono lontano dai protocolli dati per certi, dalle pratiche troppo standardizzate da applicare come tali. Mi sento bene invece quando un nuovo apprendimento, una nuova tecnica, un nuovo sapere diventano parte di me così in profondità da trasformarmi, tanto da non aver bisogno di applicare ciò che non fa parte di me.

Ho lavorato tanto in ambiente naturale, mettendo a punto anche una metodologia di educazione attraverso tecniche di avventura, di cui è stato pubblicato anche un libro “Avventura in natura“; ho lavorato in Africa in Repubblica Democratica del Congo con “bambini-soldato” un progetto durato 4 anni dal titolo “War Game, No More“, utilizzando una metodologia particolare sulla strutturazione del “gioco” in funzione dello sviluppo delle abilità sociali; collaboro da diversi anni come docente con il mondo universitario ho avuto esperienze pluriennali all’università di Cassino e di Verona, in quest’ultima sono tutt’ora docente e uno dei miei insegnamenti è “Attività motoria in ambiente naturale” e diversi collaborazioni con altri atenei di altre città d’Italia.

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Sento una particolare affinità con due percorsi formativi ai quali ho preso parte (e stanno continuando ancora) in questi ultimi anni e che si integrano bene con il mio percorso.

Il primo è il metodo “Corpo e Coscienza” di George Courchinoux. Una metodologia nella quale sono fuse assieme tecniche di rieducazione che attingono alla cultura occidentale con tecniche e saperi che attingono alla medicina tradizionale cinese. Un metodo quindi che integra le conoscenze e pratiche sul piano muscolo-scheletrico, organico, ma anche emozionale ed energetico con l’obiettivo di equilibrazione dell’essere nella sua globalità.

Il secondo è il “Movimento Arcaico” di Massimo Mondini. Una pratica che permette di recuperare ed esprimere i gesti “archetipici” cioè quei movimenti innati nell’essere umano, come la camminata, la corsa, il salto, il lancio e molti altri. Attraverso il recupero del gesto archetipico si verificano degli immediati miglioramenti in diversi aspetti della vita, proprio perché l’archetipo motorio ha una corrispondenza anche sul piano esistenziale è all’origine del nostro “muoversi nella vita”. Praticare e recuperare il contatto con questi movimenti archetipici permette quindi di prendere coscienza e migliorare il nostro livello esistenziale.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAHo ideato la Ginnastica Naturale in questi ultimi anni perché mi interessava unire questi due grandi campi di interesse il movimento e la natura in un post di alcuni anni fa scrivo che  …sento la necessità di ritrovare delle cose certe, vere, oneste e così il “corpo” e cosi la “natura”. Sono due dimensioni semplici, che si comprendono facendo esperienza di entrambe.” E’ ancora questo che mi muove, l’onestà, la chiarezza, l’immediatezza, la sorpresa e la meraviglia.

Con un gruppo di amici abbiamo creato “Motus Mundi” un’associazione sportiva dilettantistica per poter promuovere esperienze di movimento in ambiente naturale. Abbiamo delle proposte di gruppo, con incontri settimanali che si svolgono all’aria aperta, abbiamo proposte di giornate intensive (riequilibrio stagionale), abbiamo un gruppo corsa che si trova settimanalmente, c’è la possibilità anche di incontri individuali per lavori specifici di riatletizzazione, proponiamo delle uscite in ambiente naturale, abbiamo una biblioteca, “La piccola biblioteca del bosco” che raccoglie libri di natura e movimento e progetti che si rivolgono a target specifici come “Itinerari di Crescita” e “In campeggio con papà”.

luna e corpoIo continuo a muovermi e ad andare in natura perché sono convinto che siano tra le cose più importanti che posso fare, a volte mi viene da pensare che a cinquant’anni, quella che è la mia età adesso, avrei voglia solamente di camminare e stare in natura.

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Leaf Evo – Lizard

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03 Agosto. Mattina.

Apro la scatola, sono un po’ emozionato…”LEAF EVO… hmm, bene, bei colori”, non sapevo cosa arrivava e quindi un po’ di curiosità e aspettativa l’avevo. Le prendo in mano…leggerissime, le infilo, un po’ aderenti ma penso si adatteranno, mi incuriosisce questo sistema ad elastici, bello e geniale, le tolgo e le infilo nuovamente. Facile! Molto facile! La punta è larga, le dita hanno veramente spazio, si muovono con facilità, comode, il piede e le dita sono bene “spalmate” a terra.

Fuori c’è caldo, un mese pazzesco per il caldo, esco a fare due passi sono troppo curioso di sentire come si cammina!

La prima sensazione è di non indossare niente, quasi inconsistenti. Piacevole davvero, non sento sassi sotto le suole nonostante la leggerezza, il tessuto è fresco. Direi che come primo impatto molto buono.

Non sapevo bene come cominciare con questo post perché è la prima volta che mi capita di recensire un prodotto, così ho trascritto un po’ qualche appunto che avevo preso il giorno che mi sono arrivate le “LEAF EVO” da testare per conto di LIZARD.

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Una scarpa molto comoda, facilissima e veloce da indossare e ogni volta che la si indossa si ha la sensazione di entrare in un luogo comodo. La pianta è larga e offre spazio alle dita di muoversi e questo da’ una grande sensazione di libertà e non si sentono costrizioni. Per questo motivo è molto piacevole camminare con questa scarpa ai piedi.

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Io l’ho testata anche su terreni outdoor e devo dire che comunque si è comportata molto bene, naturalmente niente di forzato, soprattutto come pendenza, dove rischia di trovare un po’ il suo limite, però va bene su diversi terreni: strade bianche, sentieri nei boschi, prati.

E’ una scarpa molto fresca io l’ho portata più spesso senza calze, ma anche con le calze è portabilissima.

E’ molto leggera e si può tranquillamente piegare, quindi adatta ad essere la scarpa da mettere in borsa o nello zaino. L’ho usata nei trekking sia corti che lunghi ed è sicuramente una comodità averla nello zaino, perché ti permette di riposare i piedi dopo una lunga camminata ritrovando anche un po’ di comodità.

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E’ comoda anche per andare in piscina, vai togli le scarpe, metti le ciabatte, anche ad arrampicare dove è un continuo toglie e metti le scarpette da arrampicata. Pure in campeggio, dove in tenda devi entrare senza scarpe per non sporcare ed è un continuo togli ed infila, insomma veramente pratica.

In ultima devo dire che anche sul piano estetico fa la sua figura perché amici e conoscenti hanno sempre fatto qualche commento positivo sulle mie LEAF EVO.

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E’ una scarpa che consiglio innanzitutto a chi fa attività sportiva e per questo ha la necessità di cambiare calzatura di frequente, però secondo me è un’ottima alternativa anche ai sandali estivi. Essendo una scarpa con un disegno di pianta larga, realizzata con un tessuto fresco e traspirante e dall’incredibile leggerezza, regala una forte sensazione di libertà. E’ una scarpa estiva ideale per le persone che con l’avvicinarsi di questa stagione sentono la necessità di liberare i piedi dalle calzature invernali e dare più spazio e libertà ai piedi.

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Cosa si fa – 1

lessina blogSe stai leggendo questo post è perché hai messo 3 crocette in quello precedente dove scrivo a chi può interessare e quindi vuoi saperne di più su cosa si fa.

Intanto si chiama Ginnastica Naturale, quindi già questo dà qualche indicazione. Cominciamo da “ginnastica” che è una parola ormai in disuso, potremo dire antica e antiquata, però porta con sé degli aspetti che mi piacciono.

Sul dizionario si trova definita come disciplina o attività fisica o tecnica, che mira a rendere il corpo agile e robusto mediante una serie di esercizi; che cura il benessere fisico e il rinvigorimento del corpo attraverso alcuni esercizi fisici; che tende attraverso un complesso di esercizi, a migliorare le condizioni generali dell’organismo dando forza e armonia al corpo. Ecco questa è la spiegazione da dizionario che condivido, però sento dover fare alcune specificazioni.

La prima è che la parola ginnastica richiama alla mia mente una pratica semplice, chiara, adatta a tutti, finalizzata a qualcosa, facilmente praticabile.

L’altra invece è che non amo molto il termine “esercizi” e difficilmente lo uso, preferisco utilizzare “movimento”, perché ha una dimensione più allargata, globale e sicuramente più in sintonia con il mio modo di fare.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAQuindi diciamo che Ginnastica Naturale è una attività fisica fatta all’aperto, camminando e da fermi e a volte correndo, che prevede la pratica e la sperimentazione di diversi movimenti sia individualmente, che in coppia, che a gruppi, con la finalità del benessere della persona, del rinvigorimento fisico e mentale, che porti a migliorare le condizioni generali dell’organismo dando forza e armonia.

Però la cosa che ti interessa di più sapere sarà quali movimenti? Giusto?

I movimenti che vengono proposti sono tutti movimenti naturali e cerco di spiegarti nel modo più semplice possibile cosa intendo con questo.

Noi esseri umani, presenti sulla terra da almeno 200.000 anni ci siamo sviluppati e abbiamo sviluppato le nostre abilità e capacità, per rispondere a tutto ciò che la natura ci pone di fronte. In natura dobbiamo alzare le gambe per scavalcare qualcosa, abbassare la schiena per passare di la, saltare via un ostacolo, probabilmente per quasi 195.000 e più anni abbiamo dovuto anche correre per scappare da qualcosa, arrampicarci per metterci in salvo, e così via, questi sono i nostri movimenti naturali. I nostri arti hanno delle possibilità di movimento nello spazio, cosi come il tronco ed ogni appendice del corpo, quindi ciò che si fa è esplorare tutte queste possibilità di movimento, sperimentarle e allenarle.

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Su questo viene in aiuto lo spazio naturale che offre diverse possibilità di ispirazione, la salita la discesa e tutte le pendenze possibili con i diversi tipi di terreno incontrati erba, sassi, fango che ci impongono di muoverci con presenza a attenzione; poi tutti gli elementi presenti in natura, gli alberi, i torrenti, le pietre e i sassi e tutta la vegetazione con i quali avere a che fare e sui quali arrampicare, saltare, rimanere in equilibrio; infine i compagni di gruppo con i quali confrontarsi, giocare, collaborare…tutte queste variabili diventano uno spunto creativo per il movimento e vi assicuro che in palestra sul vostro tapirulan le cose hanno assolutamente un altro sapore.

Tutti i movimenti proposti sono quindi funzionali, cioè finalizzati ad uno scopo.

OLYMPUS DIGITAL CAMERADa questa punto di vista posso assicurare che l’esperienza della ginnastica naturale offre sul piano motorio (con il termine motorio intendo riferirmi globalmente a tutto l’organismo, quindi con tutte le componenti coinvolte nel movimento, da quelle sensoriali, muscolari, articolari, neurologiche e psico-emotive) una ricchezza di stimoli molto, ma molto, più alta di qualsiasi attività di fitness e benessere svolta in palestra.

Questo è relativo alla parola ginnastica, nel prossimo post vi dirò qualcosa sulla parola “naturale” ….e poi vi dirò di me e delle mia formazione.

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In Campeggio con papà

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Qualche anno fa ho preso parte ad un progetto che mi vedeva coinvolto come conduttore di un gruppo di soli padri, un percorso di riflessione sull’essere padre, ma soprattutto su come si diventa padri. Inizialmente mi è sembrata una proposta strana, non credevo potesse avere successo ma soprattutto pensavo che non rispondesse ad un bisogno reale. Invece mi sono sorpreso ed è stata un’esperienza molto bella…a volte anche commovente.

Oggi con Alessandro[1] abbiamo pensato di riprendere in mano questo argomento che ci sembra molto attuale.

Il ruolo della donna e dell’uomo sono cambiati all’interno della famiglia. Se un tempo non lontano l’uomo provvedeva al sostentamento e la donna alla cura della famiglia, oggi le cose non vanno più in questo modo. Le responsabilità sono condivise e la coppia trova nuovi equilibri. Le esperienze di cura e di educazione dei figli coinvolgono oggi maggiormente i padri che non un tempo e spesso questo trova gli stessi impreparati perché non c’è una tradizione sulla quale appoggiarsi e non c’è quindi un trasferimento di sapere, di esempi, di strategie da padre in padre.

Io e Alessandro, padri entrambi, abbiamo pensato di creare un’esperienza dove i papà possano, insieme, crescere come tali.

Questa esperienza l’abbiamo chiamata “In campeggio con papà” (il link vi manda alla descrizione del progetto completo).

Sarà un’esperienza di contatto con la natura, perché campeggeremo nella vallata di Arnezzo in mezzo ai boschi e ai prati della Lessinia, di semplicità e divertimento perché giocheremo e lavoreremo insieme, di esclusività perché saremo solo padri con i propri figli e di cambiamento perché dopo queste tre giornate il rapporto con i figli sarà completamente rinnovato.

Qui trovate il volantino dell’iniziativa che potete scaricare e anche condividere con altre persone che potrebbero essere interessate.

Nel volantino trovate anche i nostri riferimenti per eventuali richieste di informazioni, oppure potete anche scrivere in risposta a questo post così magari le domande che fate possono risultare utili anche per altri.

Ciao Nicola

 

[1] Alessandro Ongaro che ha condiviso con me l’esperienza educativa del progetto “Itinerari di crescita”

Grandi Alberi: Palermo 3

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Sono dentro ad una cattedrale, vedo le colonne che sostengono quello che è il tetto, ci sono degli strani scalini che probabilmente portano ai piani superiori, poi vedo delle poltrone sulle quali adagiarsi o delle sedie qua e là dove, come in ogni cattedrale, fermarsi e pregare o meditare. La luce entra dall’alto e gioca con i colori e con le forme, respiro e improvvisamente il luogo cambia, non sono più dentro una cattedrale, ma sopra un veliero. Vedo gli alberi delle vele, vedo le cime che servono ad  issarle, poi scorgo la prua dove ci si può sporgere e guardare oltre l’orizzonte, mi sposto nel blocco centrale della nave, trovo la stiva, la dispensa e la stanza dove dormire con il letto e diverse scalette che salgono in alto … quanto vorrei salire.

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Mi affascina proprio questo ficus, è gigante!

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Se fossi bambino sarebbe tutto ciò che desidero, un albero così come compagno di giochi sarebbe fantastico, potrei giocare per anni con lui. Invece sono a Palermo nel giardino di piazza Garibaldi e sono di fronte a questo monumento che si stima abbia circa 185 anni. Un’altra sorpresa di questa incredibile città. Qualcuno sostiene che sia l’albero più grande d’Europa, sono due in realtà questi grandi alberi, due ficus importati dall’Australia, questo, credo il più grande, ed un altro che si trova invece nell’orto botanico.

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Quando mi trovo di fronte ad un grande albero ultimamente mi dedico qualche minuto o anche di più a meditare. Medito sui suoi anni, questo in realtà non è vecchissimo, i più vecchi raggiungono 5.000 anni!! Se ci pensate è incredibile, nessun altro essere vivente al mondo può raggiungere un’età simile.

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Credo che la maggior parte delle persone non consideri gli alberi propriamente esseri viventi. Per “essere vivente” intendiamo gli animali che si muovono, hanno caratteristiche simili a noi mangiano, digeriscono, espellono, respirano, crescono, muoiono, combattono, figliano ecc. tutte caratteristiche per le quali identifichiamo un essere vivente. Ad esempio le pietre non fanno niente di tutto questo (anche se io avevo una maglietta con riportato il profilo di un vecchio nativo americano con una scritta che diceva: “anche le pietre respirano, noi con le nostre brevi vite non riusciamo a percepirlo”) e quindi noi pensiamo che non siano esseri viventi. Per le piante invece abbiamo la consapevolezza che siano esseri viventi, perché crescono, fanno i fiori, mettono le foglie, riconosciamo loro un ciclo vitale, di trasformazione, cambiamento, però forse non sono proprio essere viventi come noi, o quanto meno non consideriamo loro gli stessi diritti, lo stesso status nostro. Forse perché le piante non danno segni evidenti di sofferenza, non si lamentano, non provano dolore, se noi tagliamo un ramo ad un albero non fa niente di tutto questo. Questo in qualche modo ci autorizza a disporne.

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Se una persona invece maltratta un cane o un cavallo sicuramente altre persone si fanno avanti per fermare il maltrattamento, per evitare di vedere il dolore, di vedere soffrire, ma se uno taglia un albero pochissimi si azzarderebbero a dire qualcosa, perché gli alberi per noi hanno perlopiù una funzione, fare ombra, dare legna per scaldare o costruire, fare frutta, ma altrimenti se “intrigano” o sporcano con le foglie o non producono niente non servono e li tagliamo.

Per molte popolazioni arcaiche gli alberi sono sacri, per i cinesi sono il collegamento tra la terra e il cielo, tantissimi simboli riportano gli alberi perché rappresentano la casa, la sicurezza, la vita e non possiamo dimenticare che grazie a loro possiamo respirare perché producono ossigeno … sono dei “donatori silenziosi” come mi scriveva qualcuno.

Di questo dovremmo essere sempre grati … così la prossima volta che ti troverai di fronte ad un grande albero, in silenzio, ringrazia.

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riproduzione di un’incisione del Ficus di Palermo di Federica Galli

 

“Lisca Bianca”. Palermo 2

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Il gruppo che ci ha raccontato la storia di Lisca bianca, Elio primo a destra e Nadia ultima a sinistra

Stiamo camminando, tranquilli, curiosi e un po’ emozionati. Nadia ci accompagna, ci siamo sentiti più volte al telefono ma è la prima volta che ci incontriamo. Racconta di lei, del suo lavoro, ci parla della città e della gente che ci vive, parla con semplicità e si sente subito la sua determinazione ma anche l’affetto e l’attaccamento per quello che fa e per quello che la circonda.

Arriviamo al porto e raggiungiamo il molo. Vedo i due alberi di “Lisca Bianca” e l’emozione si fa più intensa. La storia di questa barca comincia con Sergio e Licia che all’età della pensione fanno costruire questa imbarcazione per fare il giro del mondo. Una splendida avventura durata tre anni e raccontata da Sergio nel suo libro “Le isole lontane”:

“Prendemmo la decisione di preparare tutto per andare via: via dal freddo, via dalle folle rumorose, via dagli stupidi rituali della civiltà dei consumi. Verso l’estate perenne, verso le isole lontane, verso una vita più semplice e più vera. Verso il mondo”.

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una copia di mappa di navigazione disegnata a mano da Sergio Albeggiani, che si trova nella sede di “Lisca Bianca”

Quando sento parole e storie come queste dentro di me si “inturbina” tutto. Sale qualcosa dal profondo, una forza potente, credo sia la mia natura selvaggia che riprende vita per farmi muovere verso quello che istintivamente identifica come forza vitale. Mi attirano le storie e le persone che sono riuscite a trasformare in realtà un sogno senza ben sapere a cosa andavano incontro. Mi attira questa forza dei sogni che riescono a trasformare le vite delle persone…è un po’ di questo che voglio scrivere.

Saliamo a bordo ed entriamo nel pozzetto. Elio ci accoglie caldamente, ci salutiamo come fossimo amici da sempre. Ci racconta la sua storia, di come, dopo il ritrovamento della barca abbandonata da trent’anni, sono riusciti grazie ad un susseguirsi di persone e intreccio di storie a volte incredibili, a trasformare ormai quello che era un relitto inservibile in una barca nuovamente pronta a solcare il mare. Ora infatti Lisca Bianca è diventata un’organizzazione no profit, “Navigare nell’inclusione” è il suo motto, e si occupa di progetti sociali, per l’inclusione appunto. Tre anni di lavoro, torna a raccontare Elio, l’allestimento di un cantiere navale per la ristrutturazione, il lavoro di restauro con i ragazzi dell’Istituto Penale per minorenni di Palermo e della Comunità di recupero di Sant’Onofrio ma anche molti altri. Dalle parole di Elio e Nadia si capisce che sono stati quasi travolti da questa avventura, assorbiti in pieno dal susseguirsi di eventi. Una storia dove lavoro e passione si sono mescolati, determinazione e fatica si sono confuse, gioie e problemi si sono alternati.

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Ora che Lisca Bianca è in mare, entrambi stanno lasciando spazio ad altri che continueranno a far vivere Lisca Bianca. Noi, grati per la storia che abbiamo ascoltato scendiamo a terra e riprendiamo a camminare sotto il sole di Palermo ancora con Nadia. Siamo diretti verso l’Istituto Penale Minorile “Malaspina”, andiamo a visitare “Cotti in Fragranza” un progetto di un biscottificio che Nadia e Lucia stanno portando avanti da un anno. Due ricette di un grande chef pasticcere, anche qua tanta voglia di fare e un susseguirsi di incontri e intrecci che portano alla realizzazione di “Parrapicca” (che significa “parla poco” in palermitano) e “Buonicuore” che sono i due tipi di biscotti in produzione, ma soprattutto a far diventare Cotti in Fragranza una cooperativa che opera all’interno del carcere e che offre opportunità e possibilità di inclusione sociale.

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Il biscottificio all’interno del carcere minorile “Malaspina”

Mi andava di parlare delle storie di questi sogni, la storia di Sergio e Licia è un sogno realizzato, ma anche quello di Elio e “Lisca Bianca” e cosi anche “Cotti in Fragranza” per Nadia. Mi sono piaciuti, mi è piaciuto incontrare questi sogni in questa città. I sogni portano con sé una grande carica che riemerge ogni volta che ritorna il ricordo nelle parole e nei racconti. Mi andava proprio di farmi raccontare dai protagonisti queste storie di sogni, per vivere in parte questa carica, per farmi coinvolgere, per lasciarmi trasformare e ispirare da questa carica e così è stato.

Un’altra faccia di questa splendida città che è Palermo e per me anche un altro modo di conoscere, visitare e fare turismo.

Naturalmente non sono riuscito a scrivere tutto quello che si potrebbe scrivere però vi invito ad andare a visitare i link dei progetti per approfondire e conoscere meglio.

Lisca Bianca e Cotti in Fragranza sono entrambi progetti sostenuti anche da Fondazione San Zeno che sostiene “Itinerari di Crescita” e che sento vicino come spirito a questi due progetti.

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I miei compagni di viaggio prima di entrare nel biscottificio di Cotti in Fragranza

 

“Addiopizzo”. Palermo 1

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Mercato a Ballarò

Sono seduto al tavolo, visi dipinti sul muro, profumo di cibo, gente che parla, che si guarda negli occhi, che ride.

Al nostro tavolo c’è Giovanni che parla con gentilezza e simpatia, siamo contenti e interessati a ciò che ci sta raccontando, ma si interrompe un attimo perché la ragazza che porta i piatti ai tavoli arriva con un piatto di “falafel” come antipasto.

Ne prendo uno in mano, ha una consistenza morbida, è caldo e ad addentarlo una sottile crosticina resiste un poco, solo quel giusto da farti sentire uno scricchiolio tra i denti per poi affondare in una pasta morbida, calda e saporita.

Quello che sta dicendo Giovanni arriva a stento…”Moltivolti nasce come…”…”Ballarò è un quartiere che…” parole interrotte e solamente a tratti percepite dalle mie orecchie, quasi fossi vittima di una riorganizzazione cerebrale dove l’area deputata all’udito è soverchiata da quella del gusto e del profumo. Completamente rapito dal sapore! E guardando i miei compagni di viaggio capisco che anche per loro è così, Giovanni è sullo sfondo, parla, sorride e sorseggia la sua birra.

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Piazza Ballarò
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Mercato a Ballarò

Ci sta raccontando la storia di “Moltivolti” un ristorante che si trova nel centro storico di Palermo, a Ballarò, il quartiere del mercato. Una zona centrale della città che negli anni è stato abbandonato dai palermitani e ricolonizzato da stranieri, i quali ormai gestiscono il 30% del mercato di Ballarò.

Il commercio sulle bancarelle rimane l’anima del quartiere, venditori urlanti propongono merci di ogni tipo ma prevalentemente vengono venduti generi alimentari: carne, pesce, verdura, frutta e tutto ciò che i palermitani, in modo unico, riescono a preparare, una vera e propria patria dello street-food.

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L’interno del ristorante “Moltivolti

 

Moltivolti” è li a due passi da piazza Ballarò, non è solo un ristorante ma un luogo di incontro, di scambio, di conoscenza, di lavoro insieme, di integrazione, un luogo ricco di relazioni. Giovanni ci dice che l’indomani andrà Don Ciotti di “Libera” e Igor Scalisi, l’artista che dipinge i volti sulle pareti del ristorante, ha già preparto il ritratto di questo prete che ha fondato “Libera“, associazione per la lotta alle mafie.

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Yossouu uno dei fondatori di “Moltivolti” e il suo ritratto vicino a quello di don Ciotti.
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Autoritratto di Igor Scalisi, artista che dipinge i ritratti sulle pareti del ristorante “Moltivolti” a Ballarò (PA)

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Moltivolti” come altri commercianti e uomini e donne aderisce ad “Addiopizzo” un’associazione nata nel 2004 che ha la sua sede in un bene confiscato alla mafia, un ex magazzino dove veniva portata merce di contrabbando del boss della mafia palermitana Massimo Spadaro. Andiamo nella sede dell’associazione, per farci raccontare la loro storia, Giusy che ci apre la porta è una volontaria dell’associazione così come gli tutti altri che la compongono. Ci fa accomodare nella loro sala riunioni, oltre gli uffici e sul muro in alto capeggia una scritta Un popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità”. E’ la frase con cui è nata questa associazione.

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Sette ragazzi, una notte stanchi dei continui soprusi alla popolazione da parte della mafia, decidono di tappezzare la citta con degli adesivi che riportano questa frase ora dipinta sul muro. Un’offesa per un siciliano. Dignità e onore sono sacri da queste parti e così l’indomani Palermo si risveglia e alla vista degli adesivi la gente comincia a farsi sentire, reagisce. È il primo passo che porterà alla nascita di “Addiopizzo”, una rete di persone, uomini donne e commercianti che hanno deciso di non sostenere la mafia. “U pizzu” significa bagnarsi il becco, da questa parola deriva il termine “pizzo”, la criminalità mafiosa usa questa parola per estorcere attraverso l’intimidazione e la minaccia, Giusy ci dice che “il pizzo è la manifestazione più concreta della mafia, perché con il pizzo la mafia si fa stato”.

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Un adesivo che ricorda Libero Grassi che negli anni ’90 è stato ucciso dalla mafia per aver dichiarato pubblicamente il suo rifiuto a sostenerla con il pizzo
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L’adesivo che dichiara l’appartenenza di questo ristorante alla rete di “Addiopizzo”.

Altre cose ci ha raccontato Giusy e altre persone che non ho nominato, hanno fatto la storia di questa associazione, ma non mi dilungo oltre.

Per questo viaggio ci siamo appoggiati ad “Addiopizzo-travel” che propone la sua città e la sua terra al turismo attraverso una rete di albergatori, aziende agricole, agenzie di trasporto, b&b, ristoranti, ecc. che hanno fatto la scelta coraggiosa di ribellione alla mafia…e noi ci siamo trovati bene.

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E’ nato per caso questo viaggio a Palermo, un susseguirsi di incontri con persone, di intrecci di relazioni, che ci hanno fatto conoscere questa sorprendente città dalla quale non avrei più voluto venire via, forse il cibo, forse le persone, forse il mare, forse la potente spinta di trasformazione, di cambiamento, di rinnovamento che ho sentito camminando per le sue vie…tornerò a raccontare qualcosa.